Dalla rassegnazione alla Speranza
Il testo integrale delle lettera alla città scritta dall’arcivescovo mons.Benito Cocchi in occasione della festa di S.Geminiano
In occasione della festa di San Geminiano, la comunità cristiana si ritrova – prima di tutto - nelle celebrazioni liturgiche, nella veglia di preghiera, nei sacramenti. La fede ci assicura che la partecipazione ai riti ci mette in contatto con il Santo Patrono e non soltanto con un ricordo indebolito dai molti secoli che ci separano della sua storia. Con la partecipazione ai sacri misteri, rinnoviamo ciò che diede a Geminiano la forza di camminare sulla strada di una vita cristiana che lo indirizzò anche a contribuire validamente al formarsi della città di Modena.
Ma oggi la comunità cristiana, mentre si rivolge nella preghiera al Santo Patrono, desidera anche dedicarsi all’intera “società modenese”, che, nel nome e nella devozione del Santo Patrono, si ritrova unita come in una sola, grande famiglia. Lo facciamo con una lettera – come è tradizione ogni anno - che assolutamente non intende essere un giudizio sulla città, ma, piuttosto, uno stimolo a riflettere sulla nostra appartenenza alla vita della città.
Non intendiamo, certamente, invadere ambiti che sono di competenza dei responsabili della società civile o degli altri settori della vita civile (Industria, Cultura, Servizi...) o offrire direttive al di fuori di ciò che spetta alla Chiesa.
Siamo ed intendiamo essere, nello stesso tempo, cristiani e cittadini; come tali, amiamo la nostra città, la sua storia, le sue prospettive. La raccomandiamo al Santo Patrono, perché la protegga con quella cura che si coglie nei dipinti, dove San Geminiano affida ad altri le insegne episcopali e tiene sulla braccia la città. E, con questo spirito, non siamo indifferenti di fronte a segni che, per il loro ripetersi, sembrano indicare che, nei confronti dei tradizionali valori di Modena, qualcosa sta cambiando.
Secondo il giudizio di studiosi, questi segni di malessere - propri di molte città -, hanno la loro radice (o, almeno, trovano una condizione favorevole) in alcune situazioni che fanno dire agli esperti che “Le città sono la nuova questione sociale”.
Essi sottolineano che, un tempo, l’abitare in una città, significava una “stanzialità” che comprendeva quasi sempre l’abitazione, la vicinanza al lavoro, il luogo del tempo libero. Questo favoriva la conoscenza reciproca, le relazioni, l’aiuto vicendevole.
Oggi, invece, pur continuando a vivere nella stessa città, c’è un grande spostamento (spesso quotidiano), per il lavoro, il turismo, gli acquisti, il divertimento, la scuola…. Questo fenomeno contribuisce ad indebolire il senso di appartenenza, i vincoli di reciproca conoscenza, le relazioni personali anche con cittadini, che, a volte, sono residenti nelle stesse parti della città.
Questa è una condizione che interessa, in modo più o meno incisivo, tutte le città. E Modena, in un ipotetico confronto con altre città, non avrebbe da temere: la sua situazione non è fra le più pesanti o difficili.
Non mancano, però, in questi tempi, circostanze di fronte alle quali la città avverte un disagio che la porta a chiudersi in se stessa e raffredda rapporti interpersonali. Ad esempio il ripetersi di atti contro la sicurezza del cittadino, (i furti, riusciti o tentati, le rapine) accrescono l’insicurezza. Ancor più preoccupano quando le vittime sono persone anziane e quando il reato viene consumato dopo che con l’inganno o la violenza sono entrati nella loro abitazione.
Intorno a questi atti ed agli effetti negativi che producono, nasce a volte la tentazione di attribuire la responsabilità, in modo spesso indiscriminato e generalizzato, a categorie di persone quali gli immigrati, i nomadi, con la conseguenza di rendere difficili i rapporti e di aumentare i sospetti e la sfiducia nei confronti di tanti che – provenienti da altri paesi o continenti - vivono onestamente e sono impegnati anche in lavori umanamente delicati o tali da non essere desiderati dai modenesi.
In realtà, le cause del disagio sono numerose e diverse. Questi indizi di malessere preoccupano non solo chi ha il compito di reggere la vita della città, ma anche la gente comune, giustamente impensierita per i germi di insicurezza che continuano a turbare – con una certa frequenza - il clima cittadino.
Mentre ci auguriamo che si possa trovare una risposta, in attesa di soluzioni, quali atteggiamenti assumere? Sostanzialmente sono due le possibilità che abbiamo di fronte: o la rassegnazione o la speranza.
La rassegnazione.
Di fronte al disagio o al timore (al di là dell’ampiezza dei problemi), potrebbe crescere un atteggiamento che si può definire rassegnazione.
Nel Convegno Diocesano celebrato a Modena lo scorso giugno, e più precisamente, nella fase di preparazione nei tredici Vicariati, è emerso un quadro poco rassicurante per quanto riguarda il rapporto e l’impegno di partecipazione negli organismi che reggono la società.
In particolare la crisi di partecipazione ha motivazioni che meritano, comunque, di essere conosciute e valutate: - sfiducia nei confronti dell’impegno “politico”; - una conseguente mancanza di formazione politico-sociale, per la scarsa motivazione verso un impegno pubblico.
Si chiede per questo di segnalare, nella proposta di formazione cristiana, che: - l’impegno socio-politico è una forma alta di testimonianza evangelica. - occorre promuovere una “cittadinanza attiva” che si fondi su: - uscire dall’individualismo; - apertura all’altro; - accoglienza del diverso; - rispetto dell’ambiente…
La rassegnazione é la disposizione interiore di chi si adegua - per un tempo più o meno lungo - ad una situazione che non approva e non condivide, ma che non intende o non sa come affrontare.
A volte, a dir vero, la rassegnazione può essere una scelta compiuta anche per pigrizia, per indolenza, per evitare rischi o disapprovazioni. Al di là, tuttavia, delle motivazioni dichiarate, la rassegnazione, intesa come accettazione della situazione, non risolve i problemi: li ignora o li rimanda. Per un cristiano, salvo casi particolari, la rassegnazione - così intesa - è vicina alla colpa di omissione.
E’ però possibile che vi siano situazioni, nella vita delle persone o delle istituzioni, nelle quali – con grande realismo - si deve riconoscere l’impossibilità di raggiungere traguardi definitivi con l’immediatezza dettata dai nostri calcoli. Il cristiano, poi, sa che non si può valutare la validità del proprio impegno pubblico sulla base del successo, ma soltanto in misura della dedizione che vi ha speso.
La speranza
La nostra società ha bisogno più che di rassegnazione, di speranza. Ne hanno necessità i giovani, che dalla speranza attingono la forza ed il coraggio per guardare con fiducia al futuro. Anche agli anziani, proprio a motivo delle delusioni provate, dobbiamo offrire motivi di speranza.
Chi ha sbagliato, soltanto se intravede strade di speranza, riconosce, nel buio, una luce che indica una via da seguire.
Al cristiano si chiede, dunque, un atto di speranza. Ma che cos’è la speranza cristiana? Erroneamente o malignamente qualcuno ha “predicato” che la speranza… l’aldilà… la vita eterna sono soltanto illusioni o inganni per sfruttare l’uomo.
La speranza cristiana nasce dalla fede in un Dio che ama l’uomo, lo redime dal peccato e dalla morte mediante la morte e la resurrezione del suo Figlio Gesù. La speranza è, dunque, la certezza fondata sulla promessa di Dio.
La nostra speranza si fonda sulla fede, ma richiede di estendersi nella vita concreta, ovunque l’uomo ha bisogno di risposte “ultime”. La fede e, di conseguenza, anche la speranza cristiana, non sono realtà che portano l’uomo alle illusioni, allontanandolo dalla concretezza quotidiana. Non sarebbe speranza cristiana, se non impegnasse l’uomo ad interessarsi attivamente della vita concreta.
Riferendoci alla “gestione” della nostra società, il cristiano può dedurre dalla fede una “speranza politica”, intendendo con questo aggettivo che la speranza che nasce da una vita cristiana non si dichiara indifferente di fronte ai problemi della città, della popolazione di Modena.
La “speranza politica”
Non è soltanto un adattamento superficiale. E’ una condizione o atteggiamento esigente. Il concetto è più facilmente comprensibile, richiamando ciò che la “speranza politica” non è: - non è un programma fondato soltanto sulla bontà della propria causa; - non è una semplice previsione ottimistica; - non deve ricercare il potere per il potere; - più che contare sulla quantità dei consensi, deve essere lievito; - la speranza “politica” deve essere sostenuta da una vita interiore e dal riferimento ai grandi valori - una speranza a misura umana è insufficiente a sostenere a lungo un’azione politica lungimirante ed onesta.
La Chiesa di Modena conferma con piena convinzione che, nei confronti della città di cui si sente parte, riconosce che ha il compito del servizio.
Servizio nell’annunciare il Vangelo. Servizio nel ricordare l’amore di Dio che ci fa tutti fratelli. Servizio nel proporre le motivazioni per favore una partecipazione dei cristiani nella vita sociale. Servizio nella vicinanza a chi è povero per qualsiasi motivo. A tutti chiediamo la preghiera, affinché il servizio della Chiesa sia nello spirito del vangelo. Ci benedica il Signore. Interceda per noi Maria SS.ma. Preghi per noi S. Geminiano.
Modena, Festa di S. Geminiano, 31 gennaio 2008